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5. SU DUE RECENTI LIBRI DI LUZI (Sotto specie umana, Frammenti di Novecento) di Marco Marchi “C'è
un momento - ha dichiarato Luzi, affrontando temi centrali e “tempi” della poesia moderna - in cui la verità, se vogliamo tenerla come ultima finalità, come teleologia della poesia, si è rivelata così, con la semplice
celebrazione dell'esistente, di quello che è già, o di quello che si desidera che sia, che venga, che ci manca”. È, in realtà, una definizione quanto mai calzante di ciò che è accaduto alla sua ultima poesia. Qual è la
ragione profonda - mi chiedo - della gioia naturalmente mimetica, intrinseca, luminosa, sostanzialmente distante da complicazioni e intralci, ed invece letificante, attiva per contagi, che una raccolta poetica come
Sotto specie umana promana? Frammenti di Novecento. Il titolo che Renzo Cassigoli ha adottato per il suo prezioso libro-intervista a Mario Luzi è un titolo luziano, quanto mai
intonato, in carattere, nel suo divaricarsi sintagmatico fra il plurale di un “molteplice” e il singolare di un “unitario” che a quei frammenti si riferisce. Ci ricordiamo subito di titoli di grandi libri di Luzi,
giocati su questa stretta, decisiva dinamica interna: da Frasi e incisi di un canto salutare a Per il battesimo dei nostri frammenti. Titoli, questi, nella loro essenzialità definitoria mantricamente
impostasi, a loro volta indicativi di un lungo, articolato itinerario svoltosi all'interno di quel Novecento di cui il poeta è stato protagonistico testimone. Ci ricordiamo anche, attraverso Cassigoli, che quel
Novecento è stato inaugurato, per via di pronostici filosofici tragicamente inveratisi in episodi della storia, come il secolo della “morte di Dio”. È stato proprio Luzi, d'altronde,
ad individuare con tempestiva chiarezza il sostanziale problema della poesia nel confronto modernamente accresciutosi tra le ragioni del frammentario, del disgregato e del molteplice, e quelle, di segno opposto,
dell'unitario. Un confronto storicamente montante, fattosi con gli anni davvero ineludibile, potenzialmente secondo alcuni - in ambito di tradizioni linguistiche dell'arte occidentale esauritesi o condannate ormai a
marginalità d'azione residue - foriero di ripetitività e inconcludenze se non di inappellabili messaggi di scomparsa; un nodo difficile e complesso avvertito da altri, al contrario, altrimenti implicante, dirimente
forse come non mai e in questi termini nuovamente meritevole di essere enucleato, contestualizzato nei suoi tratti epocali salienti e sottoposto a interrogazione: un'interrogazione a sua volta inquieta, non placata e
non pacificata, desiderosa di risposte e prima ancora di appurabili “testimonianze in atto” sulla base delle quali poter tentare plausibilmente, e cioè all'interno di prospettive culturalmente vigili e a loro modo
convalidanti la giustezza di una tensione irresistibile primaria, ipotesi e teorie. “La poesia - certificava Luzi nel lontano 1954 - respira un profondo bisogno di unità laddove la vita
psichica e la vita organizzata degli uomini d'oggi è estremamente frammentaria. [...] Ma quella sintesi potrà operarsi oggi nella realtà quando manca ogni seria premessa a concepire integralmente il mondo come realtà
che ha principio e termine in se stessa? Oppure la poesia dovrà adattarsi a vivere in sparsi e bruti frammenti?”. Nel libro di Cassigoli Luzi distingue adesso, con assoluta pertinenza, tra vivace, animato frammento
e inerte frantume. Lo stesso Luzi - a margine di un'esperienza tutt'altro che arrestatasi, interrogativamente semmai investita e vivificata nelle proprie funzioni esistenziali - avrebbe presto affermato:
“Ciò che unicamente ci rassicura è la vita in sé, lo spandersi continuo della vita sul pianeta nell'universo”. La poesia e la storia, ciascuno con proprie forme di testimonianza, di
indirizzo, di memoria. Fiducie di tipo propriamente religioso, si potrà obiettare, illuminano la poesia di Luzi, riverberando sulle sue tappe evolutive procedimenti varianti di contrasto e di conciliazione, ottiche
risolutive e prima ancora strategie e esperite in spazi allotri. L'episodicità del frammentario e del disgregato appare tuttavia, in Luzi poeta e soprattutto nel Luzi venuto dopo un libro-discrimine importantissimo come
Nel magma
(1963), relazionalmente ritrovati nella loro afferenza integrativa proprio attraverso l'esercizio dell'arte, e ritrovati al centro di una creazione dinamicamente non interrotta, stimolata nella sua vocazione allargante all'annessione del particolare a più ampie vicende dell'unitario, a promozioni partecipative attraverso il linguaggio, a nuove facoltà di parola garantite all'inespresso come pure a irradiamenti di valore pedagogico provenienti dalla natura sull'uomo.
Tutto questo mediante gli accondiscesi compiti consentiti e nel contempo imposti da un dono-risorsa, che per Luzi è la pratica letteraria della poesia appunto, e che al pari di
qualsiasi evento vitale esistenzialmente sensibile non cancella ma riabilita, conferendo loro significati specifici e significato, i termini di un'“incognita dolorosa”, gli episodi sparsi, in apparenza dissociati e
privi di senso, cosmicamente antagonistici o solo umanamente contundenti, di un “dramma” e di un “enigma”. Mi limito - luzianamente per “frasi e incisi” - ad un unico esempio, in qualche
modo propedeutico, di preparazione all'incontro con lo strepitoso libro odierno, Sotto specie umana: Seme, una lirica già ampiamente presente, nella sua eccellenza di risultati, ai lettori di Luzi, tratta
da Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (1994). L'ideazione fantastico-immaginativa del testo ha alla base, tutt'altro che devozionalmente calcato e
ritualisticamente reso innocuo, il noto motivo evangelico del chicco di grano che solo morendo dà frutto. Dice Gesù in Gv 12, al versetto 24: “In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non
muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Una comportamentistica naturale da antica civiltà agricola, rivelatrice di verità, presa ad esempio; una grande parabola concentrata, memorabile, combinabile
ed estensibile in relazione con altri detti scritturalmente tramandati, con altri rapidi ed efficaci cortocircuiti - neotestamentari e più ampiamente biblici - di valore assertivo e pedagogico.
Occorrenze da sinossi e concordanze, queste, che presuppongono in effetti, per allusioni, trasversalità ed esplicite riprese, il riferimento a un “prima” e a un “dopo” estremamente mosso e interattivo, che va dalla
Genesi (quella Genesi in cui si parla espressamente di un seme ciclicamente efficiente per “specie”) ai Numeri, dal Levitico al Deuteronomio, dal Libro dei Salmi (come non ricordare la conclusione di 126: “Nell'andare,
se ne va e piange, / portando le semente da gettare, / ma nel tornare, viene con giubilo, / portando i suoi covoni”), al Qoelet, a Isaia, Osea, Amos...; come pure, in un ambito neotestamentario evangelicamente
afferente, dalle lettere di San Paolo ai Corinzi a quelle di San Giacomo e di San Pietro. Da questa ampia e solo indicativa gamma di ricorrenze suggerite emerge un “seme” che è termine oltremodo
pregnante e comprensivo dell'antropologia biblica, chiave di volta suggestivamente rurale e polimorfa per l'interpretazione della vita, della storia e delle esperienze umane fondamentali: esperienze di carattere
archetipico quali la discendenza, la crescita, l'attesa, la gioia, il fallimento, la fiducia, nonché, per il credente cristiano, di carattere propriamente religioso: la creazione, il patto di alleanza stipulato fra Dio
e il popolo, la profezia, l'annuncio della Parola, la costruzione del Regno, l'idea di resurrezione. La poesia dell'ultimo Luzi, sensibile alla sacralità dell'effimero e alla forza
specifica connessa a quella caducità e a quel patimento di cui l'uomo, creatura più di altre creata a somiglianza di Dio, è parte, quell'esempio complessivamente lo accoglie e lo rivisita: ne allarga in maniera
originale significati e implicazioni, non rinunciando peraltro, nel riproporlo come emblema riassuntivo e svolgerlo in dinamismo simbolico di immagini, sia alla valenza identificativa di un io cristico che per
significare se stesso e il proprio messaggio di Verbo fatto carne si proietta in cose e umili storie di cose, sia a una sorta di autonomia creaturale che in quelle proiezioni e in quei differimenti all'insegna del
quotidiano e del fenomenologico reclama la propria individua libertà, la propria forma di realtà fra realtà, la propria stessa esistenza in un quadro sterminato, contraddittorio e complesso, di vita dell'universo. Una sacrificale “logica del perdere” in sintonia con la Parola che perentoriamente insegna, nella prospettiva di una salvezza della vita, a rinnegare se stessi e prendere la propria croce si è
inaugurata, e anche nell'esempio del seme, in cui quella risorsa della fragilità che si ribalta in forza culmina, si autocertifica, trova naturale, paradossale rispondenza. Come Raymond E. Brown nel suo commento al
vangelo di Giovanni acutamente annota: caduto in terra: letteralmente cadendo in terra (l'accento è posto sul morire); rimane solo: il verbo menein
in Giovanni è usato fra l'altro per le persone, lo Spirito, la parola (Giovanni, 1979). Sta di fatto che nel paragone ripreso, nuovamente instaurato e a suo modo verificato dalla poesia
di Luzi, terrestre e celeste, tempo ed eterno tornano ad intrecciarsi: un'analogia stringente che dal visibile e dalla sua meticolosa, cellularmente dettagliata e quasi scientifica osservazione aggetta meravigliosamente
sull'invisibile, sulla fervida misteriosità delle leggi che sovrintendono a un disegno imperscrutabile quanto necessario. Mistero doloroso e di gaudio, passione e resurrezione in cui, cristologicamente appunto, morte e
vita - “le due, le sole”, come il testo di Luzi in modo familiarmente impersonale e magnifico le definisce - si affrontano. Ne risulta per il momento, vorremmo dire, una manifestazione
para-eucaristica tutt'altro che solare, solo desiderante e in attesa, del tutto deprivata della gloriosa, fulgida e sicura magnificenza finale con cui lasciarsi adorare, e al contrario novembrina, già invernale,
infraterrestre e fangosa, trepida e letargica; un sonno nascosto, tellurico, tutt'altro che al riparo da insidie e devastanti corruzioni (anch'esse naturalmente intrise di gioia e crudeltà, riluttanti alla
comprensione), pronto a farsi biblicamente agonia, consapevole e votivo punto estremo di sofferenza, di buio annullamento di sé e di scomparsa, e insieme, attraverso la morte e il mutamento dei propri connotati più
certi e rassicuranti, di tensione, di “ricominciamento”, di ingresso a una nuova nascita. Ha affermato di recente il poeta a proposito del teologo polacco Ladislaus Boros, l'autore di Mysterium
mortis: “Noi siamo abituati a chiamare mistero ciò che non si conosce, ma è una sciocchezza, perché noi in fondo abbiamo limitato il nostro conoscere alle definizioni della logica e della razionalità, mentre ci sono
altre forme di conoscenza che non sono inferiori. [...] Boros analizza il rapporto tra poesia e mondo, tra poesia e conoscenza del mondo. Lui dice che si deve morire al mondo per esprimere il mondo. Un artista, quando
vuole dare tutta la carica e l'enfasi, nel senso etimologico della parola, alla realtà, deve assentarsi da questa realtà. È portato quasi proprio a nascondersi, ad appiattirsi, a non esistere, perché esista il suo
antagonista dialettico che è il mondo”. Una sorta di “kenosi del poeta”, potremmo dire. Morto al mondo Leopardi che scrive, morto al mondo Dante che scrive, commenta Luzi, citando poeti supremi,
senza i quali - come si legge in Cassigoli - sarebbe difficile immaginare come sarebbe stata, oggi, l'umanità. Chi è davvero poeta, al di là di qualsiasi credo religioso o ideologico pronunciato a margine del suo
lavoro, conosce bene queste “condizioni” rilkianamente notturne e sotterranee del suo operare, del suo sentirsi testimone-assente, costantemente altrove; ha confidenza assoluta con questi stati della creazione artistica
in apparenza tragicamente funerei, nostalgicamente dilazionati e regressivi, sepolti e silenziosamente depressi, in realtà produttivi, vitali: generatori di illuminazioni e segnaletiche orientative, di cambiamenti e
aperture, di energici accrescimenti, di trasmissibilità. Mistero della morte, mistero della vita, mistero della storia umana e delle sue partecipazioni. Del resto, già in una lirica composta nel
1955, Epifania, l'anima eliotianamente inscenata dall'autore di Onore del vero
“fiutò la notte tumida / di semi che morivano, di grani / che scoppiavano”; avvertì “vento di mutazione” e subito, attratta, si mise in cammino, disposta all'incontro con altri incamminati: una “raggiante oscurità” nativa, inaugurale, come dirà in seguito il Luzi dei
Pastori in riferimento al medesimo evento mobilitante, a un viaggio tra sapere e non sapere tutt'altro che “ricaduta inerte nel passato / e neppure regressione / nel guscio delle cose già sapute” (I Magi).
Si noti soltanto come in Seme, nel corso di tutto il componimento poetico, il gioco retorico delle antitesi e degli ossimori (come costantemente avviene nell'ultimo Luzi) si dimostri
testualmente costitutivo, fondante, quasi per rispecchiamento in poliedricissimi frammenti di un unico “enigma” i cui drammatici interrogativi del disaccordo e della controversia si stemperano e di continuo si
riaccendono in prismaticità dell'evento e in mobile, positiva oscillazione dei contrari. Fino a risolversi in stupore esclamativo che puntualmente scatta (“Ed ecco...”), in assorta scoperta che si espande, in canto
intimamente commosso e accomunante che, una volta generatosi, si propaga, trova fuori di sé innumerevoli risonanze, si unisce e coralmente echeggia: un “canto / pari a se medesimo / in cui muore la metafora, / muore
infinitamente”; un canto già dantescamente luminoso, paradisiaco, consapevole e sorridente. Dal visibile all'invisibile, dal discontinuo al continuo, dal separato e dal disperso al ricondotto al
senso, ben oltre i confini di un'autoprotettiva e bloccante prospettiva personalistica che può contraddistinguere e rendere così fattivamente impraticabile qualsiasi tentato rapporto di commensurabilità tra creatura e
creatura, e prima ancora tra creatura e creatore, divino e umano. “La vita è” (a prescindere dall'identificabilità del suo “autore”), e l'io del poeta abbatte ogni barriera soggettivistica, abbandona il lirico ombelico
della propria anima. Di più: l'io del poeta infrange una volta per sempre, con strenua decisione, privilegi e vantabili primati, punta sul “limite”, supera, perdendosi nel molteplice creaturale, qualsiasi ottica
gerarchica di “specie”; si affida a una parola invocata anch'essa non chiusa “nel cristallo della sua
innocenza”, modernamente (leopardianamente) non ignara del mondo e delle sue “scorie”: esperenziale e misericorde. “La vità è”, a tal punto che in una “meditazione” della Via Crucis
al Colosseo del 1999, a Gesù stesso consegnato a Pilato e allo scherno della turba eccitata dei propri simili, il mistero dell'incarnazione (che implica identità e diversità di “sguardo” anche tra Padre e Figlio) si propone in termini singolarmente affiatati a una poetica: “Perché Padre, talora mi domando, / l'incarnazione è tra gli uomini, / perché non in altra specie / tra quelle delle tue creature visibili / e che pure ti testimoniano: gli uccelli / i pesci, le gazzelle, i daini...”. Il riconosciuto magistero dell'umile Betocchi, magari dell'arduo, dubitante e oltranzisticamente spoliato Carlo Betocchi poeta da vecchio, faticosamente in cerca dell'“anima di tutti: / uomini e sassi, ed animali e piante” (
A mani giunte IV, in Breviario della necessità), trova proprio qui, a questo impegnativo e abbassato discrimine della “carità del vissuto”, la sua incidenza più implicante.
In questa prospettiva deliberatamente “incircoscritta” (si veda, in Sotto specie umana, Mondo, non sono circoscritto in me), realizzata come in nessun altro poeta italiano del nostro tempo, Luzi
chiede ancora alla poesia di aiutarlo ad “entrare nel mondo che cambia non venendo meno alla cifra, al sigillo, all'unzione ricevuti”. La soluzione del quesito cosmico che la poesia in lui accredita rivela alla fine la
stessa forza retorica di un umano appannaggio condiviso e reso fraterno (una sia pur babelica e frantumata parola che non si oppone alla Parola), e nel contempo lo stesso grado di partecipazione solidale a un'unitaria
avventura del creato paolinamente “gemente” ma ab origine, nel segno di Cristo, significante: una vicenda misteriosa e come tale storicamente sperimentabile, ma fin da allora contrassegnata da un sorriso profondo
dantescamente paradisiaco, luminoso, immanente e corroborante: “pari / incrociano / in lui la loro croce”. La natura si riconferma realtà inclusiva di storia, e, insieme, libro inesauribile,
perennemente cangiante e tutto da interpretare, di valore metaforico: “grande codice” (Per il battesimo dei nostri frammenti). Ed ecco - proprio come un seme fatto e rifatto nella continuità del mondo che “si
erge / già tubero, già bulbo, / già stelo primissimogemmante” volto al suo fruttuoso destino di pianta - la poesia dell'ultimo Luzi che prorompe a testimoniare gioiosamente verticalità, ascensioni, durevolezza di nuove,
esaltanti vicende di frammentazione e di ricomposizione. È So da sempre che vieni, la splendida prova “musicale” che suggella Sotto specie umana: “So da sempre che vieni / pure non ti
prevedo / mai, m'arrivi, tu, nota, / di sorpresa - e che improvviso / festosamente si rinnova! / Nota, / al mio primo tocco sfidi / il rosario delle altre, / m'inalzi e mi frantumi / una cupola di sonorità nel cuore /
mi scrosci in un diluvio / che non cala, monta / in alto, vaga / oltre i confini / del desiderio e del dolore. / Però si ricompone / mia, non mia, nell'aria / una lunga storia umana / e la sua eco, / entra nella tua
luce / l'ombra della mortalità / e tu la fai / e non la fai dimenticare. / Si avvolge su se stesso, ascende / nelle sue volute il tempo, / dove? in voragini si perde, / in azzurre e nere / eclissi si inabissa / per la
sua riapparizione / dopo, quando tempo non è più / ma cosa? d'altro e identico...”. Un tripudio luminoso sussume e risolve la gamma cromatica, brucia i contrasti, ridisegna l'universo. “È un
"pieno invaso del mondo" - come ha scritto Stefano Verdino - che continuamente "flagra" nel suo codice di magnificenza, stupore e grazia. Per quanto la "cruenta storia" umana sia
"tenebra" e "penuria" e la consumazione e il nulla risaltino nel codice universo, è una preghiera dalle foci alla sorgente che qui sgorga e oltrepassa il destino umano”. In Sotto specie umana,
al pari che nei paesaggi liberatori dell'ultimo Rosai di cui Luzi parla con Cassigoli, il reale con la sua tragicità si sublima in luce; e come davvero irrompono per tutto il corso del libro - lo avete sentito dalle
letture iniziali - le note lucenti della poesia a rinnovare, a celebrare naturalmente, a comporre un discorso inesauribile che è grazia e insieme storia umana, sua “memoria” profonda... Un'orante, compartecipata
laus creaturarum che ha fatto ricordare Lucrezio, innalzata dall'“umile e aspro paradiso del mondo”, da un paradiso del qui e dell'ora
in cui, oltre i travagli e le devastazioni, “L'essere effonde / a se stesso il suo sorriso”. Dovremmo citare per intero Sotto specie umana, tutte le sue rutilanti meraviglie sonore e
iridescenti fra terra e cielo. Ma consentitemi, prima di concludere, soltanto un'aggiunta, in me pressante, autorizzata dai giudizi estremamente favorevoli (che per molti risulteranno addirittura sbaraglianti) avanzati
da Luzi su Federigo Tozzi, recuperabili in Frammenti di Novecento: pronunciamenti del tutto funzionali, del resto, al percorso - che in Sotto specie umana
culmina - di possibile emancipazione dalla drammatica enigmaticità del vivere attraverso la confidenza naturale, l'amore, l'arte, che sono luce, “chiarità”, senso che si rivela. Così si esprime
Luzi, sollecitato da una pertinentissima domanda di Cassigoli circa la sostanziale insufficienza di un accredito all'altezza dei meriti dello scrittore senese, non nel capitolo intitolato Rosai, Viani e Tozzi
ma a conclusione del successivo Firenze e Siena, p. 76: “C'è una specie di silenzio programmatico. Per me è un grande scrittore. Non ce ne sono come lui, neanche Svevo, che è molto intellettuale, anche perché
proviene da quel crocevia di culture. Tozzi, invece, viene dal fondo della senesità: viene dall'ambiente, dalla realtà, dalla "zolla" senese. Ed è questa, forse, la ragione del limite che la sua risonanza ha
avuto. Ma quando uno lo legge e c'entra dentro se ne innamora. Io l'ho sempre sostenuto, anche all'estero, in Francia, in Inghilterra l'ho sempre indicato come un grande scrittore. In Francia l'hanno tradotto, poi è
stato dimenticato, come rimosso. Magari in alcuni scritti può apparire oggettivamente angusto, però dentro i suoi libri c'è tutto. E quando entri dentro viene fuori tutto il senso e, direi, il non senso delle nostre
vicende umane, delle nostre passioni. Se si pensa che ha scritto tutto in pochi anni, lasciandoci tre o quattro capolavori, c'è da chiedersi chi abbia fatto altrettanto. Nessun altro”.
Un giudizio esemplare, da autorevole storia della critica, da bibliografia - grazie a Frammenti di Novecento
- prestigiosamente da oggi accresciutasi. Ed ecco, per finire, semplicemente altre convergenze, altra concordante poesia: alcuni rari, medievalistici versi di Federigo Tozzi recuperabili nel vallecchiano volume delle
Poesie a Fascicoli, II, 15; un incunabolo involontario e davvero sorprendente in forma di quartine, o “semi”, frammenti di una stessa attrazione dantesca che in segreto, dagli spazi desolati e desideranti
di un “esilio” o dal buio di un inferno, anche in Tozzi si impone, si lascia cogliere: “Cupa città, con te mi riconcilio / pensando alla Madonna che ti fece / Simon Martini per eterna prece. / E tu più non mi sembri
come esilio. // Esilio atroce, dove s'ebbe il cuore / ingiurie stolte. E tutti i tuoi mattoni / su l'anima battean de' torrioni / delle tue mura. E tempo era d'amore. // Or non ti vedo più. Ma vedo bene / quasi una
chiarità di tue madonne / nate di te sì come le tue donne; / placide e dolci come fonti piene. // Ed un brivido antico nel mio cuore / passa come una folgore; e mi schianta / le cose tristi come da una pianta. /
Gioisco meco; ed è tempo d'amore.”
Testo presentato all'incontro inaugurale del ciclo 2000-2001 di Leggere per non dimenticare, a cura di Anna Benedetti, Firenze, Biblioteca Comunale Centrale, 11 ottobre 2000. All’incontro partecipavano - oltre
a Mario Luzi e Renzo Cassigoli - Gianluigi Beccaria e l’Assessore alla Cultura del Comune di Firenze Simone Siliani. Letture di Gialuigi Tosto. M. Luzi, Sotto specie umana, Milano, Garzanti, 1999;
M. Luzi - R. Cassigoli, Frammenti di Novecento, Firenze, Le Lettere, 2000. |